A Pescara, il giorno in cui si ruppe lo specchio

A Pescara, il giorno in cui si ruppe lo specchio

A Pescara è accaduto qualcosa di grave. Le elezioni comunali sono state congelate per gravi irregolarità, un evento che mette in discussione la legittimità stessa della rappresentanza democratica. Eppure, da parte dell’amministrazione, non abbiamo visto riflessione, né autocritica. Solo un susseguirsi di accuse rivolte a chiunque: tribunali, presidenti di seggio, cittadini che protestano, associazioni che pongono domande, opposizioni che chiedono trasparenza. Tutti colpevoli, tranne chi ha governato per cinque anni.

C’è un’abitudine diffusa in certa politica: quella di non guardarsi mai allo specchio. Di non chiedersi, sinceramente, che città si è costruita in questi anni. Di non ascoltare davvero chi la abita. E a Pescara, questo specchio ha preso la forma più chiara e semplice: gli occhi dei suoi abitanti.

Perché lo specchio di una città non è fatto di vetro. È fatto di sguardi. Gli occhi di chi ogni giorno la vive, la attraversa, la subisce o cerca di migliorarla. Chi accompagna un figlio a scuola fra smog e traffico ostile. Chi cerca un parco in cui respirare. Chi lavora con fatica in una piccola impresa commerciale, chi si batte per cultura, inclusione, vivibilità. Chi ha paura di tornare a casa di notte. Chi non vive in centro e per questo si sente discriminato. Chi sogna una città più giusta, più verde, più umana.

A tutte queste persone dobbiamo chiedere: cosa ha fatto davvero questa amministrazione per rispondere a questo sguardo?
Dove sono gli spazi pubblici promessi, i percorsi sicuri, le politiche ambientali, i servizi sociali degni di questo nome?
Che cosa è stato costruito, oltre l’immagine di sé? Quali dialoghi sono stati aperti, e quali invece sistematicamente evitati?

In molte città italiane si parla di mobilità sostenibile, di comunità energetiche, di diritto allo spazio pubblico. Non per ideologia, ma perché si risponde a una domanda reale delle persone: vivere bene.
Qui invece si è preferito gestire con arroganza, difendendo decisioni impopolari -e non scriveremo qui l’elenco che è lunghissimo- come se fossero atti di coraggio, quando erano spesso segni di distanza.

Una buona amministrazione si misura non con la quantità di opere annunciate, ma con la qualità dello sguardo verso chi quella città la vive davvero.

Forse è giunto il momento che chi ha governato cominci a specchiarsi. Non nei riflessi compiaciuti dei propri post social o dei comunicati stampa. Ma negli occhi delle cittadine e dei cittadini, quelli che ogni giorno chiedono semplicemente di essere visti.

E ascoltati.

Alessandra de Nardis
AVS-Radici in Comune