Radici in Comune: «Non servono giudizi sulle persone, ma dati sul bilancio delle trasformazioni urbanistiche e sulla capacità della città di affrontare gli eventi meteorologici».
La risposta del vicesindaco Gianni Santilli alle considerazioni di Simona Barba sugli allagamenti che hanno interessato Pescara il 2 novembre merita alcune precisazioni. Non tanto per le valutazioni personali con cui, ancora una volta, un rappresentante dell’amministrazione comunale sceglie di aprire il confronto, quanto per la sostanziale assenza di risposte alle questioni sollevate.
Attribuire a Simona Barba scarsa conoscenza della città, intenzioni polemiche e finalità di consenso elettorale, richiamando persino i risultati delle precedenti elezioni amministrative, non aggiunge nulla alla discussione. Il consumo di suolo, la capacità di assorbimento delle acque meteoriche e la vulnerabilità del territorio urbano non dipendono dal passato politico di chi ne parla. Sono questioni documentabili, sulle quali ci si aspetterebbe un confronto fondato su dati e argomentazioni, non su giudizi personali.
Il punto centrale, che Santilli sembra eludere, è molto semplice: realizzare alcuni interventi di riqualificazione urbana non significa necessariamente ridurre il consumo complessivo di suolo.
Il vicesindaco elenca corso Umberto, piazza Sacro Cuore, via Milano, piazza Primo Maggio, il PP7, la pineta Dannunziana, il futuro parco dell’area di risulta e il parco Nord. Alcuni sono interventi già realizzati, altri sono in corso, altri ancora appartengono alla programmazione futura. Ma soprattutto si tratta di opere profondamente diverse, che non possono essere considerate equivalenti dal punto di vista della permeabilità dei terreni e del recupero delle funzioni ecologiche del suolo.
Una pavimentazione drenante non equivale a un terreno naturale. Un giardino realizzato sopra una struttura interrata non ha necessariamente le stesse capacità di infiltrazione di un’area verde in piena terra. E un progetto annunciato per i prossimi anni non può essere presentato come un risultato ambientale già acquisito.
Nessuno nega che eliminare superfici asfaltate, recuperare spazi verdi o migliorare la qualità degli spazi pubblici possa rappresentare un passo positivo. Ma questi interventi devono essere valutati per ciò che effettivamente producono, non per le definizioni con cui vengono presentati.
La domanda alla quale Santilli non risponde è un’altra: quanto suolo è stato consumato a Pescara negli ultimi anni e quanto ne è stato effettivamente restituito alla permeabilità naturale?
Secondo i dati ISPRA, Pescara presenta una percentuale di suolo consumato superiore al 50% del territorio comunale, collocandosi tra le città italiane più impermeabilizzate. È una condizione strutturale, che non può essere liquidata richiamando alcuni interventi di arredo o riqualificazione urbana. A maggior ragione quando le trasformazioni urbanistiche continuano a interessare una città che dispone ormai di pochissimi spazi liberi.
Non basta dunque elencare le superfici sulle quali si intende piantare qualche albero o sostituire una pavimentazione. Occorre conoscere il bilancio complessivo: quanti metri quadrati di terreno naturale sono stati impermeabilizzati, quanti sono stati realmente deimpermeabilizzati e quale sarà il saldo delle trasformazioni già approvate o programmate. Sono questi i numeri che permetterebbero di verificare l’affermazione del vicesindaco secondo cui l’amministrazione avrebbe «letteralmente cambiato marcia» rispetto alla cementificazione del passato.
C’è poi la questione delle vasche di prima pioggia, sulla quale la replica appare particolarmente singolare. Santilli spiega che queste infrastrutture servono a intercettare le prime acque meteoriche contaminate dal dilavamento delle superfici stradali e non sono progettate per impedire gli allagamenti.
È esattamente quanto era già stato osservato da Radici in Comune. Nessuno ha attribuito alle vasche una funzione diversa da quella per cui sono state progettate. La nostra osservazione riguardava piuttosto il rapporto tra l’estesa impermeabilizzazione della città, la necessità di realizzare infrastrutture per gestire le acque di dilavamento e l’ulteriore occupazione di spazi lungo gli argini fluviali. Su quest’ultimo aspetto, che meriterebbe una valutazione specifica delle opere e delle loro interferenze con il sistema fluviale, Santilli non fornisce alcuna risposta.
Resta infine la questione degli allagamenti. Nessuno sostiene che ogni episodio possa essere ricondotto esclusivamente al consumo di suolo. L’intensità delle precipitazioni, le caratteristiche della rete di drenaggio, la manutenzione delle infrastrutture e le condizioni dei bacini idrografici concorrono a determinare le criticità. Ma proprio per questo sarebbe necessario affrontare il problema attraverso una visione complessiva della città, nella quale la riduzione dell’impermeabilizzazione costituisca una componente fondamentale delle politiche di adattamento climatico.
Gli eventi meteorologici intensi non possono essere affrontati soltanto aumentando la capacità di raccolta e smaltimento delle acque. Occorre anche ridurre, dove possibile, le superfici che impediscono alla pioggia di infiltrarsi nel terreno, recuperare le funzioni naturali del suolo, preservare gli spazi ancora liberi e integrare questi obiettivi nelle scelte urbanistiche.
La questione, dunque, non è stabilire chi conosca meglio la storia di Pescara, chi abbia ottenuto più voti o chi possa rivendicare il maggior numero di progetti. È capire se le trasformazioni in corso stiano realmente rendendo la città meno vulnerabile o se, al contrario, continuino ad aggravare condizioni già fortemente compromesse.
Chiediamo quindi all’amministrazione comunale di rendere pubblico un bilancio delle superfici impermeabilizzate e deimpermeabilizzate durante il proprio mandato, distinguendo gli interventi effettivamente realizzati da quelli soltanto programmati, e di chiarire quale saldo ambientale produrranno le principali trasformazioni urbanistiche previste.
Sarebbe una risposta concreta, utile alla città e finalmente pertinente alle questioni sollevate.
Perché il consumo di suolo non si misura con gli annunci, né con i risultati elettorali. Si misura in ettari. E le conseguenze delle scelte urbanistiche, quando arriva la pioggia, riguardano tutti i cittadini.
