Pescara, la pioggia presenta il conto del consumo di suolo

Pescara, la pioggia presenta il conto del consumo di suolo

PESCARA – La città continua a impermeabilizzarsi e paga il conto per l’acqua che il terreno non assorbe più.

Piove finalmente. Ma una risorsa fondamentale come l’acqua diventa, per la città, motivo di disagio, danni e spese. Eppure continuiamo a consumare suolo, a costruire, a trasformare superfici libere in aree impermeabili. Ogni volta che questo accade, il costo non si esaurisce nel cantiere: si trasferisce sulla collettività, sulla gestione delle acque, sulla manutenzione urbana e sulle attività costrette a fare i conti con gli allagamenti.

A Pescara si sente ancora dire: «Era un vuoto degradato, meglio costruirci qualcosa». Come se il decoro coincidesse con il riempimento di ogni spazio e non con i benefici che quello spazio potrebbe offrire restando libero e permeabile. Un terreno non edificato non è necessariamente un’assenza: può essere una risorsa per assorbire acqua, ospitare vegetazione e rendere la città più vivibile.

Secondo i dati ISPRA , Pescara avrebbe consumato nell’ultimo anno altri due ettari di suolo, nonostante un livello di impermeabilizzazione già particolarmente elevato, che nella parte centrale supera il 60%. Numeri che impongono una domanda: quanto può ancora permettersi di perdere una città già così cementificata?

È da qui che bisogna partire per comprendere anche il significato delle opere che oggi vengono realizzate per gestire le piogge. Perché consumo di suolo, rete fognaria, inquinamento del fiume e costi pubblici non sono questioni separate: sono parti dello stesso problema.

Le vasche di prima pioggia per esempio rendono evidente questa contraddizione. La città impermeabilizzata non lascia infiltrare nel terreno una parte dell’acqua che riceve. Quell’acqua scorre sulle superfici e si concentra nella rete di raccolta, aumentando il carico sulla fognatura. Quando il sistema non riesce a sostenerlo, gli sversamenti compromettono la qualità delle acque del fiume e, di conseguenza, del mare.

Si costruiscono quindi vasche per intercettare le prime acque di pioggia, trattenerle e avviarle successivamente alla depurazione. Sono opere con una funzione antinquinamento, chiamate a contenere un problema al quale contribuisce proprio l’eccessiva impermeabilizzazione della città.

Ma è qui che emerge il cortocircuito: per rimediare agli effetti del consumo di suolo, si occupa altro suolo. E quando le vasche vengono collocate a ridosso dell’argine, la contraddizione riguarda spazi particolarmente delicati, aree naturali di esondazione del fiume, ora pericolosamente limitate in caso di alluvioni.

Prima si sottrae alla città la capacità di assorbire l’acqua. Poi si spendono risorse pubbliche per raccoglierla e trattarla. Infine, per realizzare le infrastrutture necessarie, si occupano altri spazi preziosi. È questo il paradosso che deve essere portato al centro del dibattito pubblico.

Il punto non è mettere in discussione la necessità di limitare gli sversamenti. È chiedere perché, mentre si interviene sulle conseguenze, si continui ad alimentarne le cause. Le vasche non possono diventare l’alibi per proseguire con nuove impermeabilizzazioni, né sostituire una politica di tutela del suolo e degli spazi fluviali.

Le grandi aree libere devono diventare una risposta, non un’occasione perduta

In questo quadro, le grandi aree di trasformazione, dall’ Area di Risulta all’ex Cofa, assumono un valore decisivo. Dovrebbero essere le occasioni per restituire alla città superfici permeabili e vegetazione: grandi spugne verdi in una città che ha bisogno di recuperare spazio per l’acqua.

Se invece la trasformazione si traduce ancora in piloni, fondamenta e piazzali impermeabili, non si perde soltanto una superficie. Si perde anche la possibilità di compensare almeno in parte le conseguenze della cementificazione passata.

Il consumo di suolo riguarda anche questo: le potenzialità cancellate, le promesse mancate, gli spazi che avrebbero potuto contribuire a rendere Pescara meno vulnerabile e che vengono destinati ad altro.

Alla collettività rimangono le spese per le nuove infrastrutture, la loro manutenzione e i danni quando il sistema non regge. Rimangono le strade da riparare, le attività in difficoltà e una città nella quale la gestione dell’acqua diventa sempre più onerosa.

Per questo ogni trasformazione urbanistica dovrebbe essere valutata anche attraverso una domanda: quanta capacità di assorbire e gestire l’acqua stiamo perdendo, e chi pagherà il conto ?

La pioggia non può continuare a essere trattata soltanto come un’emergenza da smaltire. È anche la prova delle scelte fatte sul territorio. E Pescara non potrà continuare a rincorrere con altro cemento i problemi prodotti dal cemento.