Riserva naturale sacrificata al cemento: l’ultimo atto della giunta Masci
PESCARA – Come ormai da copione consolidato, anche questa volta tutto è avvenuto alle prime luci dell’alba. Ruspe e motoseghe sono entrate in azione per eliminare ciò che restava di un boschetto di oltre trenta pini che, fino a pochi anni fa, caratterizzava l’area a sud della Riserva dannunziana, nel tratto compreso tra via Silone e la Strada Statale Adriatica Sud.
Di quella che non può che essere definita una vera e propria mattanza, erano rimasti dieci pini. Questa mattina, al momento dell’intervento, ne risultavano ancora in piedi soltanto cinque. Gli altri erano già stati abbattuti prima ancora che venisse posizionata la rete di cantiere o affisso un cartello informativo che illustrasse la natura e le finalità dei lavori. Come dire: eliminare il problema prima ancora che qualcuno possa porsi delle domande.
È evidente che si tratta delle opere per la realizzazione della rotatoria destinata a collegare la Strada Statale Adriatica Sud con via Ignazio Silone e via Scarfoglio. Un’opera disegnata sulla carta e imposta al territorio senza alcuna volontà di adattamento al contesto reale: ciò che esiste sul posto viene semplicemente eliminato, senza valutare soluzioni alternative, nonostante la presenza di aree limitrofe dove l’intervento sarebbe stato possibile senza abbattere alberi.
I lavori procedono in modo frenetico, con l’obiettivo chiaro di portare a termine l’operazione prima che qualcuno possa intervenire, chiedere chiarimenti, pretendere spiegazioni. Il cartello di cantiere arriverà, probabilmente, ma con calma: quando l’area sarà ormai “ripulita”.
Così se ne va un altro pezzo di Riserva naturale. E con esso se ne va anche il patrimonio arboreo, di cui – come troppo spesso accade – non è dato sapere il destino: recupero come biomassa o semplice combustione in qualche impianto, con la conseguente reimmissione in atmosfera della CO₂ che quegli alberi avevano assorbito e immagazzinato in oltre cinquant’anni di vita.
Questo è ciò che resta oggi della Riserva dannunziana. Questo è il bilancio di anni di amministrazione: non ciò che è stato dato alla città, ma ciò che è stato tolto alla collettività, in termini di ambiente, biodiversità, qualità del paesaggio e tutela di un bene comune.
Ancora una volta la Riserva viene trattata come uno spazio residuale, sacrificabile, piegato a scelte infrastrutturali sbagliate e prive di una visione ambientale coerente.
Questo è, nei fatti, l’ultimo “regalo” della giunta Masci.
Il paradosso è evidente: mentre si afferma che, dopo l’abbattimento di precedenti svincoli, alcune aree dovrebbero tornare nella piena pertinenza della Riserva, la realtà racconta l’opposto. La Riserva continua a essere frammentata, tagliata da nuove strade, consumata da nuove colate di asfalto.
Stiamo perdendo pini d’Aleppo che custodivano il DNA stesso della Riserva: alberi sopravvissuti agli incendi e al tempo, eliminati non per necessità, ma per una progettazione miope, incapace di integrare mobilità e tutela ambientale.
È l’ennesima opera di cemento laddove servirebbero cura, rispetto e valorizzazione.
Di questo passo, della Riserva resterà solo il nome. Una riserva svuotata di senso, una riserva desertificata.
- Non basta avere i fondi.
- Non basta sbandierare risorse economiche.
- Se non si sa progettare, il denaro pubblico diventa uno strumento di distruzione, non di sviluppo.
Per questo, a chi ripete che “non cambierà mai nulla”, la risposta è una sola: cambiare è possibile, ma serve partecipazione.
Rivolgiamo un appello chiaro e diretto a tutte le cittadine e i cittadini: l’8 marzo andate a votare:
- per difendere la Riserva.
- per fermare una gestione del territorio che consuma invece di proteggere.
- perché l’ambiente, il paesaggio e il futuro della città non possono continuare a essere sacrificati sull’altare di una cattiva progettazione.
