PESCARA – Leggere l’intestazione ufficiale del progetto WATERFRONT approvato dall’Amministrazione suona oggi come una sentenza inappellabile sulle occasioni mancate di questa città.
Il titolo recita: “PNRR Missione 5 ‘Inclusione e Coesione’, Componente 2 ‘Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore’, Investimento 2. Investimenti in progetti di rigenerazione urbana, volti a ridurre situazioni di emarginazione e degrado sociale’, finanziato dall’Unione Europea – Next Generation EU – Riqualificazione del Waterfront Fluviale”.
Parole pesanti: Inclusione, Coesione, Comunità. Eppure, la realtà che si sta consumando sia sul Mercato Ittico, sia sugli spazi realizzati, racconta una storia diametralmente opposta, fatta di esclusione e scollamento dalla realtà.
Ancora una volta, come già denunciato per altri interventi “vetrina“, ci troviamo di fronte all’incapacità cronica di coniugare la spesa dei fondi pubblici con la qualità della progettazione. L’Amministrazione ha portato avanti un intervento milionario senza mai interrogarsi sulla sua reale funzionalità e praticabilità. La nuova sede individuata per lo spostamento del Mercato a oggi non rispetta i requisiti minimi operativi: è un contenitore pensato sulla carta, astratto dalle necessità di chi quel lavoro lo svolge ogni giorno.
È la conferma di un modus operandi che abbiamo già visto: l’approccio del “fare senza sapere cosa e perché“, dove l’obiettivo è spendere i soldi non risolvendo problemi e anzi, come in questo caso, aumentandoli.
Invece di “ridurre situazioni di emarginazione“, come promette il titolo del finanziamento, si sta creando una nuova marginalità economica, mettendo in crisi un intero comparto produttivo, quello della marineria.
La gravità politica sta nell’assenza sia di controllo (ricordiamo che l’intervento è stato portato avanti sotto il dirigente Trisi) sia di partecipazione. La marineria, soggetto titolare di quel “sapere pratico” indispensabile per evitare errori, non è stata coinvolta. Si è preferito procedere calando dall’alto soluzioni tecniche inadeguate che oggi si rivelano per quello che sono: un disastro, questo sì, pianificato.
Il risultato del Waterfront tutto diventa un controsenso di sapore amaro: utilizziamo il debito del PNRR – che le future generazioni dovranno ripagare – non per costruire infrastrutture resilienti e moderne, ma per smantellare un servizi pubblici: nessun adeguamento per la resilienza climatica con le piazze di cemento a palmeto, rifacimento di una pista ciclabile con soluzioni solo estetiche, fino ad arrivare al blocco del Mercato Ittico Non c’è “rigenerazione” se si distrugge il tessuto lavorativo; non c’è “coesione” se si ignorano i lavoratori, non c’è resilienza se la progettazione degli spazi pubblici è antica e desueta
Resta solo l’ennesima operazione di facciata che, dietro i rendering patinati del waterfront, nasconde la sostanza di una città che non sa ascoltare i suoi bisogni primari.
Simona Barba – Consigliera comunale AVS-Radici in Comune
