Ci scrive una cittadina della nostra città
PESCARA – Mi chiamo Francesca Carusi. Recentemente la stampa locale ha diffuso la notizia dell’indagine in corso da parte della Procura su sei cantieri cittadini. Una storia questa che vorrei provare a raccontare in poche righe a partire dal punto di vista di una semplice cittadina che vive nel comune di Pescara.
Abito con la mia famiglia dal 2019 in uno degli otto appartamenti siti in una palazzina anni ‘50 che ha l’ingresso principale in via Napoli ed uno stretto spazio sul retro, lato via Vasto. Tre anni fa ci arrivò improvvisamente la notizia dell’imminente costruzione di un nuovo palazzo in via Vasto e pochi giorni dopo iniziò la demolizione dello stabile di un piano che un tempo era sede di una tavola calda e che da quel momento sarebbe diventato il cantiere di un nuovo edificio. Dalla sera alla mattina, almeno per noi. Per altri le decisioni e gli accordi con relativi permessi saranno state prese per tempo, il tempo utile per organizzarsi e procedere alla realizzazione di un nuovo e, a parer mio, inutile palazzo con inutile cemento in uno spazio angusto.
Passarono poi diversi giorni, tra la fase di demolizione, le sensazioni costanti di terremoto, e la preparazione del cantiere con la fase di scavo e bonifica dall’acqua del terreno. Giorni pesanti durante i quali ogni tanto arrivava una voce diversa su quanto sarebbe stato alto il nuovo palazzo dal nome altisonante “Metropolitan”: cinque piani, sei piani, alla fine otto!
Qualcuno però si stava muovendo per valutare la fattibilità di un simile progetto; durante un’assemblea di condominio l’amministratrice ci riferì che forse un gruppo avrebbe intentato qualche azione legale e che ci saremmo potuti mettere in contatto con loro. Ma poi prevalsero i problemi quotidiani, i tempi lunghi delle decisioni di un gruppo seppure piccolo ed infine tutta una serie di questioni condominiali che ebbero la precedenza. E il palazzo, nel frattempo, giorno dopo giorno, prendeva forma e con esso gli innumerevoli disagi che abbiamo subito durante le diverse fasi del cantiere. Perché in fondo è di questo che stiamo parlando: cittadine e cittadini che il più delle volte non hanno la forza di contrastare dinamiche che sembrano più grandi, già decise, impossibili da spezzare.
C’è da chiedersi perché chi vive in una palazzina come la nostra, che ha subito un fortissimo impatto dalla edificazione di un palazzone che la sovrasta più del doppio, rubando luce, aria e cielo, non viene mai interpellato? Perché chi già vive in uno spazio cittadino può essere così facilmente invisibilizzato? Perché una palazzina degli anni ’50 ancora in piedi, ben costruita, che ha una sua storia, vale così poco da poter scomparire dietro un gigante? E con essa chi vi abita dentro? E quello spazio, da sempre occupato da uno stabile di un piano, perché può essere così facilmente concesso a chi concepisce l’architettura come esclusivo mezzo per battere cassa letteralmente incastrando un edificio enorme tra altri già esistenti? Quello stabile di un piano avrebbe potuto rinascere con un uso diverso o in quello spazio sorgere un parco giochi per bambini e bambine. Che valore ha la qualità della vita dei cittadini e delle cittadine di Pescara?
Dal balcone che affaccia di fronte al nuovo palazzo “Metropolitan”, da cui ora vediamo protendersi dei terrazzi massicci e profondi dai quali chi vi abiterà potrà, volendo, conversare agevolmente con noi, una volta vedevamo il cielo, le nuvole, gli storni volteggiare disegnando traiettorie bellissime. Arrivava aria su quel balcone. Arrivava luce diretta, non riflessa.
E vedevamo uno scorcio bellissimo: il retro dei palazzi anni 50 di via Catania e corso Vittorio Emanuele, con le finestre e un giardinetto verde che mi faceva pensare ai cortili interni dei palazzi romani e mi rimetteva al mondo. Tutto questo non si vede più e uscendo sul balcone è necessario alzare la testa, superare il tetto del “Metropolitan” per cercare il piccolo pezzetto di cielo che rimane.
Cosa faremo adesso? Aspetteremo che i lavori si concludano definitivamente per mettere coperture e tende, costretti a chiudere il nostro terrazzo per tornare ad usarlo come non abbiamo potuto più fare da tre anni a questa parte. Ma il contesto sarà completamente diverso: un terrazzo appunto chiuso, con meno luce di giorno e meno aria di sera e noi con lui, chiusi.
In piena linea con le scelte di cementificazione selvaggia: chiudere, soffocare, divorare quei pochi spazi vitali cittadini che restano.
Francesca Carusi
