PESCARA – La Protezione Civile denuncia il paradosso abruzzese sul Piano Stralcio di difesa alluvioni (PSDA). A fine estate 2025, chi vi scrive ha cercato di sollevare il caso nelle sedi istituzionali – commissioni consiliari e Consiglio comunale di Pescara – denunciando la scelta dell’amministrazione di ricorrere al TAR contro l’aggiornamento del Piano Stralcio di Difesa dalle Alluvioni (PSDA) e la pericolosità crescente per il territorio.
In quella sede, il silenzio fu assordante: nessuna domanda, nessun dibattito: bisognava salvare lo sviluppo economico a tutti i costi, anche se può costare caro alla comunità.
Oggi, a distanza di mesi, è il capo dipartimento della Protezione Civile nazionale, Fabio Ciciliano, a rompere il muro di gomma e a denunciare pubblicamente, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico, il paradosso tutto abruzzese: 18 enti pubblici, tra cui la Regione Abruzzo e il Comune di Pescara, hanno fatto ricorso al TAR contro i vincoli del PSDA, dimenticando che il sindaco è anche autorità locale di protezione civile.
«Da un lato i sindaci impugnano un atto per la tutela del territorio, dall’altro sono i responsabili della prevenzione e della gestione delle emergenze su quello stesso territorio», ha dichiarato Ciciliano il 19 novembre scorso, sottolineando come questa scelta tuteli «le componenti economiche» a scapito della sicurezza collettiva, minando «il sistema che garantisce la prevenzione delle tragedie».
Come sempre, ci vuole un disastro, come quello che sta avvenendo a Silvi, per aprire il dibattito su futuri disastri che si potrebbero evitare.
Il nuovo PSDA, basato sugli studi dell’Università dell’Aquila, porta alla classe P4 (massimo livello di rischio) ampie zone di Pescara centro e Portanuova, evidenziando la fragilità crescente del territorio di fronte a eventi meteo estremi e consumo di suolo inarrestabile. Eppure, invece di accogliere l’allarme e attivare strategie di prevenzione, l’Amministrazione di Pescara, comune più popoloso e più vulnerabile, preferisce difendere progetti urbanistici oggi bloccati: area di risulta, area ex Cofa, demo-ricostruzioni con incentivi volumetrici che superano le norme (come il caso dell’annullamento della Delibera del 2023 sul recepimento del Decreto Sviluppo a Pescara).
È tempo di smettere di nascondere la testa sotto la sabbia e pensare che dati scientifici possano essere trattati come semplici opinioni, continuando a guardare solo al passato e pensando quindi, con errori fatali: “se non è successo non accadrà”.
Invece di ricorrere agli avvocati, le amministrazioni dovrebbero:
- avviare un tavolo di bacino con tutti i Comuni del fiume Pescara per definire strategie condivise di mitigazione del rischio;
- promuovere la rinaturalizzazione delle sponde e delle anse fluviali;
- avviare processi di decementificazione urbana per aumentare la capacità di assorbimento del suolo;
- rivedere i progetti di trasformazione urbana alla luce della nuova mappa del rischio, non contro di essa.
La prevenzione non è un ostacolo allo sviluppo: è l’unico vero modo per garantire sicurezza, responsabilità e futuro a Pescara , alla nuova Pescara, e al suo territorio fluviale.
E’ ora di aprire finalmente un dibattito pubblico sul Piano alluvioni, sul dissesto idrogeologico, sul consumo di suolo e sulla forestazione urbana, temi tutti che dovrebbero dettare e vincolare la Pianificazione del Territorio e quella urbanistica, e non invece rincorrerle come succede ora.
Simona Barba – Presidente Radici in Comune
