PARCO NORD: QUANDO IL “RESTAURO FORESTALE” ABBATTE LA NATURA

PARCO NORD: QUANDO IL “RESTAURO FORESTALE” ABBATTE LA NATURA

Pescara torna a parlare del Parco Nord  con l’avvio dei lavori, ma il primo atto di questo “restauro forestale” è stato l’abbattimento di un maestoso pioppo centenario al confine con il muro delle Naiadi. L’ intervento presentato dalla amministrazione come rinascita verde, solleva interrogativi profondi su cosa significhi davvero “restaurare” in un’epoca di crisi climatica e normative europee stringenti.

L’annuncio della sua nascita promette 4 ettari di nuovo parco per i cittadini, un polmone verde da conquistare. Ma la verità è che quell’area è già un polmone verde naturale, preservato per anni grazie a vincoli urbanistici che ne hanno impedito la cementificazione.

L’esproprio per renderla proprietà comunale è un passo necessario e dovuto, ma il cosiddetto restauro forestale che ne darebbe la fruibilità ai cittadini appare come un’inversione di rotta al vero concetto di restauro forestale.

L’Europa parla chiaro con la Nature Restoration Law  (UE 2024/1991), in vigore dall’agosto 2024: nei contesti urbani la copertura arborea non deve diminuire, ma va mantenuta e incrementata, senza perdite nette di spazi verdi entro il 2030. Eppure, i piani per il Parco Nord prevedono che circa il 30% della superficie venga alterato da opere come piste di pattinaggio, bar e attrezzature ricreative – un consumo di suolo che stride con questi principi e con l’allarme ISPRA sul territorio abruzzese, dove l’artificializzazione avanza senza sosta.

Pescara ha davvero bisogno di un altro parco “attrezzato”, quando queste aree nord sono scrigni di biodiversità, forse in questo momento più ricchi della riserva Dannunziana devastata?

Avere la Riserva Dannuziana in quelle condizioni dovrebbe portare a pensarci di salvaguardare questa altra area, proprio per conservare quella biodiversità che stiamo cercando di ripristinare dall’altra parte della città. Non ha alcun senso scientifico in un momento cosi delicato ambientale andare a manomettere questo spazio.

L’abbattimento del pioppo, motivato da ragioni di sicurezza, è infatti solo l’inizio. In un contesto incontaminato, quanti altri alberi centenari rischiano lo stesso destino?

Invece di un vero recupero ecologico, si sta optando per manomissioni che impoveriscono habitat unici, sacrificando naturalità per fruibilità antropica, consumando suolo.

Nella Città che vorrei, l’esproprio dovrebbe servire a preservare la naturalità di questi spazi per le generazioni future, utilizzandola ai fini educativi e scientifici: sentieri leggeri per scuole, osservatori faunistici, divulgazione ambientale.

E i fondi che non verrebbero utilizzati per il laghetto, fontane, skate park sarebbero così destinati alla manutenzione e alla fruibilità dei parchi esistenti, già degradati e bisognosi di cure, anziché creare nuove strutture in un luogo speciale di naturalità, un continuum della Riserva statale di Santa Filomena.

Nella Città che vorrei tutto dovrebbe essere messo in relazione, per capire quale sia l’effettivo obiettivo da raggiungere nel rispetto di quanto documenti che diciamo a parole di seguire, come Direttive europee e Agende internazionali, stanno cercando di dirci da tempo.

Simona Barba – Presidente Radici in Comune