Il PNRR dovrebbe rappresentare un’occasione importante per investire nella ripresa del Paese, in particolare nella transizione ecologica, nella digitalizzazione e nello sviluppo tecnologico. La transizione ecologica, infatti, è uno dei pilastri fondamentali per rafforzare la resilienza delle città rispetto all’impatto dei cambiamenti climatici già in corso e, allo stesso tempo, per migliorarne la vivibilità e la fruibilità.
Nella Città che vorrei, questi fondi dovrebbero essere utilizzati proprio in questa direzione, con un principio chiaro: i risultati devono essere misurabili. E quando dico misurabili, intendo risultati concreti, verificabili attraverso dati e quantità fisiche. Nel caso dei Lavori Pubblici che interessano strade e piazze, bisogna quindi poter dire quanta superficie è stata decementificata, quanta area è stata restituita alla fruibilità della cittadinanza per la sua socialità, quanto è aumentata la copertura arborea, e quindi la superficie d’ombra effettiva.
Prendiamo il Waterfront, il cantiere che sta interessando il lungofiume. La domanda è semplice: dati alla mano, quali benefici effettivi ha portato alla cittadinanza in termini di vivibilità e fruibilità? Se analizziamo parte del progetto, soprattutto sulla riviera lato nord, notiamo alcuni interventi che non sembrano andare nella direzione auspicata.
Nella Piazza della Madonnina per esempio, sembra esserci stato soltanto uno scambio di posizione tra una fontana e un’aiuola. Nessuna permeabilizzazione del suolo, né decementificazione, solo uno scambio di elementi che già c’erano.
Dall’altro lato, vicino al centro che dovrà occuparsi del recupero delle tartarughe, si osservano ora parcheggi cementati e nessuna nuova superficie aperta alla permeabilità.
Oltre i parcheggi è stata creata una piazza con delle palme, ma anche qui il risultato appare debole. Non si tratta di uno spazio davvero fruibile: mancano le panchine, manca una progettazione pensata per l’uso quotidiano da parte dei cittadini, e le palme, scelta puramente estetica, diventano un simbolo della desertificazione di quello spazio che in pratica diventa ostile a qualsivoglia attività sociale. Di nuovo nessun risultato funzionale
Un altro punto fondamentale riguarda la copertura arborea. Il PNRR insiste molto sull’aumento del verde, e in particolare l’aumento dell’ombra, cioè la quantità di superficie effettivamente schermata dal sole. Ebbene, in tutto questo intervento non si vede alcun aumento significativo di ombra. Le palme, inserite a nord e sud, sono, di fatto, insignificanti: non producono nessun beneficio reale e misurabile in termini di ombreggiamento. Il loro investimento, cospicuo, diventa praticamente uno spreco di fondi pubblici.
Anche la pista ciclabile, che c’era già, è stata rimodernata: ma il grosso dell’investimento sembra essere andato verso le nuove strutture dei frangisole, che hanno richiesto la realizzazione di una platea di fondazione per il loro inserimento. Di nuovo queste struttura non hanno alcun risultato funzionale, mancando l’obiettivo del vero beneficio dal punto di vista solare, troppo diradate per garantire ombra in modo efficace. Giustificarle solo per l’illuminazione non diventa ragione sufficiente, visto che esistono soluzioni diverse, sicuramente più economiche. Anche qui la scelta è stata puramente estetica. La bellezza va ricercata, ma come scriveva Gaudì, la prima qualità che deve avere un oggetto per essere bello è soddisfare lo scopo a cui è destinato.
Il punto, allora, è questo: nella Città che vorrei, gli interventi devono produrre benefici riscontrabili, dati alla mano. Devono aumentare le aree decementificate, restituire spazi alla cittadinanza, migliorare la permeabilità dei suoli e ampliare la superficie d’ombra. E se questi risultati non si possono conteggiare, misurare, allora bisogna dirlo: gli investimenti sono stati sprecati.
Inoltre la scelta del trasferimento del mercato ittico ha avuto un impatto fortissimo sociale ed economico, proprio quando i fondi del PNRR utilizzati avrebbero dovuto avere come scopo la coesione sociale.
Tale decisione infatti non è stata approfondita fino in fondo nelle sue varie implicazioni: dall’asta del pesce ai depositi, dai grossisti a tutto ciò che ruota intorno all’economia del mare. E anche qui resta la domanda fondamentale: quali benefici reali e misurabili ha prodotto questo investimento? Si stanno invece contando i danni.
Cosa bisognerebbe fare?
Nella Città che vorrei il punto decisivo, quindi, è che prima di realizzare un progetto bisognerebbe poter dimostrare, con i dati alla mano, che il miglioramento è concreto, il beneficio per la cittadinanza è tangibile. Un progetto deve poter andare avanti solo se il suo effetto positivo è davvero misurabile, soddisfacendo l’obiettivo che gli è stato dato. Senza tale controllo si rischia di chiamare sviluppo sostenibile quello che, in realtà, è solo una occasione persa, e di conseguenza un danno per la Città tutta.
Simona Barba – Radici in comune


