PESCARA – Quando si ha un obiettivo, vale qualsiasi strada per raggiungerlo? È questa la domanda di fondo che pone il caso della nuova rotonda di via Pantini nella Riserva Dannunziana.
In questi giorni si parla dell’ apertura della rotonda, che dovrebbe consentire l’unificazione dei comparti 4 e 5. Da sempre si chiede che i comparti vengano unificati, perché la natura ha bisogno di continuità. Ma pensare che questa rotonda, e quindi via Pantini, siano state progettate in modo davvero opportuno per la Riserva è un grave errore.
Basta ricordare il tracciato di via Pantini, che non ha tenuto alcun conto del fatto di trovarsi dentro un’area protetta. La Riserva è stata riperimetrata, occupata dalla nuova Pantini, e il muro realizzato ha sancito materialmente il confine della parte naturale. Si capisce bene perché il tracciato sia stato tirato dritto: concepito sotto la dirigenza Trisi, è stato pensato senza tenere conto della naturalità dei luoghi, ma solo della comodità di esecuzione.
In una riserva naturale, un intervento dovrebbe partire da un principio semplice: adattarsi ai luoghi per proteggere la natura. Invece è stata distrutta una fascia boscata per imporre una soluzione lineare, del tutto estranea alla naturalità del posto. Quella fascia boscata era l’ultima rimasta, anche dopo l’incendio, e si sarebbe dovuto fare di tutto per salvarla, invece di portare avanti un tracciato che avrebbe potuto essere adattato per preservare più alberi e più naturalità possibile.
L’intervento fu talmente sbagliato da essere bloccato dagli stessi Carabinieri forestali, perché nessuno si era accorto che non era stata richiesta l’autorizzazione per distruggere un bosco. Per sanare la situazione, la Regione Abruzzo ha dovuto persino modificare la legge forestale regionale, introducendo una norma che consentisse la sanatoria. In pratica, quella disposizione è stata pensata proprio per via Pantini, per permettere la prosecuzione di un progetto nato male e ostinatamente portato avanti.
E oggi arriviamo alla rotonda. Anche questa è figlia della stessa progettazione malsana. La rotonda occupa un prezioso spazio retrodunale della Riserva e ha comportato l’abbattimento di almeno sei pini d’Aleppo, anch’essi tra gli ultimi sopravvissuti al devastante incendio. Ma evidentemente non interessa abbastanza capire a che punto sia lo stato di salute della Riserva.
Questa rotonda, si dice, servirà a collegare la Nazionale Sud alla nuova via Pantini. Eppure, se si fosse trattato soltanto di un semplice collegamento di questo tipo, non sarebbe stato necessario costruire una rotatoria di tale ampiezza e di tale raggio. La verità è che una struttura così grande, consumando ancora suolo prezioso e naturalità, è servita anche per ricollegare via Silone.
Ma se il senso dell’intervento era unificare i comparti e creare protezione e continuità per la natura, quale senso ha collegare via Silone, che di fatto è una piccola strada di servizio scolastica, chiusa quotidianamente per sicurezza? Se si fosse davvero perseguita la protezione della natura e delle cosiddette zone attigue di protezione, via Silone non sarebbe stata collegata a un’arteria di grande traffico. Sarebbe potuta rimanere una via sicura, scolastica, con accesso da via Scarfoglio, senza essere usata per portare il traffico da via Pantini verso via Scarfoglio e verso il mare, soprattutto considerando che esistono già strade vicine, come via Celommi, per l’accesso al mare. Via Silone sarebbe rimasta coerente con il luogo in cui si trova, un delicato spazio di confine tra la Riserva e la zona di Vallelunga.
Perciò pensare che la nuova via Pantini e la rotonda vengano presentate come le salvatrici della Riserva non è corretto. Non è corretto perché significa usare approcci contrari allo stesso obiettivo che si dichiara di voler raggiungere. E lo si vede bene: la nuova via Pantini non ha ecodotti, non ha asfalto drenante, non ha alcun accorgimento che faccia pensare chiaramente di essere dentro una riserva. Di fatto, non sembra più una riserva: è stata asfaltata.
Ora, nella rotonda, compare persino il simbolo della Riserva. Ma il rischio è che, a forza di simboli e di proclami, si perda di vista la realtà. E la realtà è che, in un’area protetta, l’interesse prevalente dovrebbe essere quello della protezione della natura.
Qualsiasi intervento, già in fase di progettazione, dovrebbe avere chiaro il vero obiettivo e il luogo in cui si trova: nel nostro caso, la tutela della naturalità della Riserva. Le aree protette godono infatti di un regime speciale, in cui l’interesse prevalente non è l’uomo, ma la natura.
Tutto questo, però, non si percepisce affatto nella progettazione. E così si finisce per sacrificare la Riserva: si uniscono i due comparti, sì, ma a un prezzo che la Riserva non meritava e che si sarebbe potuto evitare. Bastava una progettazione più intelligente e più consapevole. Non è un caso che in tutti questi interventi non siano stati coinvolti paesaggisti, biologi o altri esperti del settore, ma soltanto professionisti legati all’ingegneria stradale, come se strade e rotonde fossero uguali ovunque, dimenticando che qui ci si trovava in un luogo speciale.
E ce ne siamo dimenticati così bene che nella rotonda abbiamo dovuto mettere il simbolo della Riserva, perché altrimenti nessuno avrebbe avuto idea di stare entrando in un luogo protetto, dove la natura e la biodiversità dovrebbero essere al primo posto nell’interesse di tutte e tutti.
Simona Barba – Presidente Radici in Comune

