PESCARA – La nuova disciplina sulla monetizzazione degli standard urbanistici, che si appresta a essere votata in Consiglio Comunale, rischia di capovolgere il significato stesso della pianificazione urbana. A Pescara si è già affermata un’idea pericolosa: non è più il Comune, attraverso il piano regolatore e le proprie scelte urbanistiche, a stabilire le condizioni per trasformare il territorio; è l’iniziativa privata che detta il perimetro degli interventi e l’amministrazione si limita a renderli possibili, incassando una somma in sostituzione degli spazi pubblici che sarebbero stati dovuti alla cittadinanza. Non è un caso che la nostra città sia sempre più incastrata, ostaggio dell’isola di calore, senza verde, marciapiedi e parcheggi. È una vera e propria urbanistica messa a testa in giù.
La monetizzazione degli standard non può essere trasformata nella regola ordinaria. È, per sua natura, un rimedio eccezionale: dovrebbe intervenire soltanto quando sia realmente impossibile reperire le aree necessarie per parcheggi, verde pubblico, servizi e altre dotazioni collettive, a fronte di un intervento ritenuto comunque strategico per la città. Non è dovuta. L’Amministrazione può e deve scegliere. Non può diventare l’automatica conseguenza del fatto che il costruttore non dispone di terreni propri da cedere.
Il punto è semplice: il privato non ha un diritto a costruire in assoluto, senza garantire l’applicazione delle regole e degli standard urbanistici. Se un intervento aumenta il carico urbanistico, cioè il suo peso sulla città in termini di abitanti e attività insediate, deve assicurare alla città le aree e i servizi necessari a compensarlo. La monetizzazione può eventualmente essere ammessa dal Comune, ma soltanto a fronte di una verifica puntuale, di una forte e trasparente motivazione e della preventiva individuazione delle aree alternative da acquisire. Quanto vale l’aria? Quanto vale la salute? Quanto vale la vivibilità di un quartiere? Queste sono le domande alle quali dovrebbe rispondere l’Amministrazione nel momento in cui deroga agli standard e chiede denaro in cambio. Perché questo vuol dire, in fondo, monetizzare: prezzare quanto vale la salute mancata della città.
Il Comune non può limitarsi a quantificare
L’assessore all’Urbanistica sostiene che il Comune si limiterebbe ad applicare la legge regionale e a quantificare l’importo della monetizzazione. È una rappresentazione riduttiva e profondamente sbagliata del ruolo di un’amministrazione comunale. Il Comune non è un ufficio di riscossione né un semplice certificatore degli interessi privati. Ha il dovere di governare le trasformazioni urbane, di difendere l’equilibrio tra nuova edificazione e servizi, di valutare il grado di saturazione dei quartieri e di programmare gli spazi pubblici necessari alla comunità. Se si è raggiunta la saturazione, semplicemente non si può procedere.
E prima di fissare un prezzo, il Comune dovrebbe rispondere a domande precise: quali e quanti standard urbanistici vengono sottratti all’intervento? Dove saranno reperite le aree sostitutive? Sono vicine al luogo nel quale si produce il nuovo carico urbanistico o quanto sono lontane? Quanto tempo i bambini e le bambine impiegheranno ad arrivare al “loro” parco, al quale avrebbero diritto? Quanto costano realmente le aree individuate? In quale capitolo di bilancio saranno vincolate le somme incassate? Quali parcheggi, aree verdi, spazi pubblici o servizi saranno effettivamente realizzati? Entro quali tempi?
Senza queste risposte, la monetizzazione diventa un semplice prezzo da pagare per costruire di più e più vicino, senza garantire alla città le necessarie compensazioni per la perdita di vivibilità. Perché dobbiamo ricordare che ogni monetizzazione è la certificazione timbrata di una perdita secca per la collettività.
Gli standard non sono una tassa libera
Dire che le somme saranno comunque utilizzate “per la città e per i pescaresi” non è sufficiente. Gli standard urbanistici non sono una tassa generica, né una risorsa indistinta da utilizzare per qualunque intervento pubblico. Le somme derivanti dalla mancata cessione di aree devono mantenere un legame diretto con la loro funzione urbanistica: acquisire aree equivalenti, realizzare o riqualificare gli standard e garantire dotazioni pubbliche effettive. In altre parole, devono compensare concretamente il carico urbanistico generato dall’intervento privato.
Un parco, una pineta, una manutenzione urbana o un’opera pubblica possono avere un valore importante per la città, ma non possono essere usati come argomento generico per cancellare la domanda essenziale: dove sono gli standard che avrebbero dovuto essere ceduti con quella specifica trasformazione urbanistica? Il denaro non crea automaticamente verde, parcheggi, scuole o spazi pubblici. Li crea soltanto una programmazione pubblica seria, con aree individuate, risorse vincolate, progetti, tempi e atti verificabili.
La città non può essere governata dal mercato
Il problema non è soltanto tecnico. Basta nascondersi dietro i cosiddetti “tecnicismi” senza mai dire la verità alle persone. Il problema è politico, ambientale e sociale. A Pescara si sta affermando un modello nel quale il piano regolatore non guida più lo sviluppo urbano, ma viene progressivamente svuotato attraverso le deroghe, le monetizzazioni e i vari meccanismi che rendono più facile l’iniziativa privata. L’amministrazione, anziché scrivere e far rispettare le regole nell’interesse generale, sembra rassegnarsi ad accettare le richieste della rendita edilizia. Così si capovolgono i ruoli.
Non è più il Comune a decidere che cosa serve ai quartieri, quali spazi verdi tutelare, dove realizzare parcheggi e servizi, quali aree preservare dalla densificazione e come distribuire in modo equilibrato il carico urbanistico. Diventa il privato a proporre l’intervento e, se mancano le aree per gli standard, si fa accomodare il cliente e gli si chiede una cifra da pagare. Ma non siamo in un ristorante che cerca di esaudire i gusti dell’ospite: siamo in un’Amministrazione che governa la città.
Questa non è pianificazione. È la trasformazione dell’urbanistica in una trattativa economica. L’amministrazione comunale non può abdicare ai propri strumenti di piano, né presentare come inevitabile ciò che richiede invece una precisa scelta politica e una rigorosa valutazione urbanistica. Governare una città significa tutelare l’interesse collettivo, non limitarsi a facilitare l’iniziativa privata. La nostra città non è il nuovo ristorante “Da Pescara”.
Simona Barba – Radici in Comune
