Un ragionamento scomodo

Un ragionamento scomodo

Una tragedia, quella di Roma, che meriterà approfondimenti e ragionamenti.

L’indagine è in corso, ma da quello che si legge arrivano le prime notizie: l’albero era sottoposto a perizia visiva (VTA) che non aveva rilevato nulla, dopo la caduta però si è notato che metà apparato radicale era secco, motivazione da ricondurre ai lavori stradali di 10 anni prima, che avevano tranciato le radici.

Come dice Lorenzo Peruzzi, botanico, intervistato da Repubblica, un albero in città può rappresentare un pericolo non eliminabile, quello che noi dobbiamo fare è ridurre il rischio.
Esattamente con gli eventi estremi, o come le morti nel traffico: il rischio zero non esiste.
Compito della comunità è adottare i giusti comportamenti e interventi.

Nel caso dell’albero da tempo le associazioni e gli esperti dicono che l’essere vivente va rispettato, eppure, dalle stesse parole del botanico Lorenzo Peruzzi…”Un albero in natura vive in un contesto aperto, con il suolo permeabile all’acqua che permette alle radici di svilupparsi in tutte le direzioni. In genere le radici raggiungono un’ampiezza paragonabile a quella della chioma. In città gli alberi vengono piantumati quando magari non c’è neanche la strada. Poi arriva l’asfalto che impedisce all’acqua di penetrare nel terreno. Più tardi si aggiunge un marciapiede, poi qualche scavo per i cavi elettrici o la fibra che trancia le radici da un lato, rendendo l’apparato radicale asimmetrico, più forte da una parte che dall’altra. Le potature poi in contesti urbani sono piuttosto pesanti, proprio perché devono alleggerire la chioma e renderla più sicura. Ma in questo modo si creano nella chioma ferite importanti, dalle quali possono penetrare gli organismi patogeni. Tutto questo indebolisce gli alberi cittadini e li rende meno sicuri”.

Quindi le azioni che spesso conduciamo per rendere sicuro l’albero, come le potature, hanno l’effetto contrario, e i famosi lavori sulle strade, tra rifacimenti e scavi, non fanno che peggiorare la situazione.
Si dirà eliminiamo tutti gli alberi, che stranamente è una idea più semplice da fare propria piuttosto che dire “eliminiamo tutte le auto”.

E qui entriamo di nuovo nella consuetudine, nella cultura e nell’abitudine: per il traffico, che ci uccide, creiamo opere che danneggiano gli alberi, dei quali abbiamo estremo bisogno per vivere eppure inverosimilmente siamo disposti a fare a meno.
Portando il ragionamento all’estremo, riteniamo ammissibile il rischio di incidente mortale da traffico, mentre non riteniamo ammissibile incidenti mortali dovuti da altre cause come appunto il crollo di un albero. E quindi più che ipotizzare di chiudere una strada, togliere l’asfalto, rinunciare a uno scavo, tutte azioni legate all’auto, preferiamo eliminare il problema abbattendo un albero.

E infatti nelle città italiane, più che piantare assistiamo a una vera sostituzione del patrimonio arboreo: alberi giovani prendono il posto dei grandi alberi adulti, in uno strano concetto di turnazione tutto in nome della sicurezza, mentre al contrario si rende più pericolosa la vita in città dal punto di vista salutistico.
È come se, portando il concetto della turnazione al traffico, si decidesse di far prendere tutto il posto che occupano le auto alle biciclette, più piccole e più semplici e meno pericolose.

Ma tale ragionamento risulta impossibile solo a pronunciarlo, al contrario del primo.
Se vogliamo rendere più sicure le città l’approccio, come sempre, deve essere integrato. Valutare un albero come se fosse un appendiabito, senza il dovuto rispetto del suo areale, della sua chioma, della sua terra, ci porterà ad avere nelle città, come a esempio Pescara, alberi sempre più piccoli e giovani al posto dei grandi alberi adulti, con scarsi servizi ecosistemici.
Ma preferiamo così, ipocritamente e senza approfondimenti logici e scientifici.

E ci scordiamo che una donna è morta, perché 10 anni fa qualcuno a tagliato le radici a un albero considerando tale azione prassi abitudinale in nome di una città di asfalto che spesso ci uccide.

Radici in Comune