Pescara e la «resistenza urbanistica»

Pescara e la «resistenza urbanistica»

PESCARA – Chi decide il futuro di Pescara? Con quale visione e quali benefici per chi la abita? Sono le domande poste al centro dell’intervento di Simona Barba, architetta urbanista, ex-consigliera comunale e presidente di Radici in Comune, nel convegno pubblico di venerdì 16 ottobre dal titolo: «Pescara da grande – Confronto sull’urbanistica fra recupero, sviluppo, cambiamenti climatici e diritto alla casa», promosso dal gruppo consiliare del Partito Democratico nella Sala Tinozzi della Provincia di Pescara.

L’incontro ha riunito amministratori, rappresentanti delle professioni e dell’associazionismo, insieme ai docenti di urbanistica Paolo Fusero e Mosè Ricci. Sullo sfondo, il processo di fusione tra Pescara, Montesilvano e Spoltore: un passaggio che richiederebbe una discussione pubblica sull’identità e sull’organizzazione della futura città, ma che nel dibattito è stato descritto come prevalentemente concentrato sugli adempimenti amministrativi. Unificare uffici e servizi non basta a costruire una comunità, soprattutto se manca una visione condivisa del territorio.

È su questa assenza che Barba ha concentrato la propria critica. Pescara sconta anni di rinuncia al governo pubblico delle trasformazioni urbane. Mentre i soggetti privati programmano investimenti e interventi su orizzonti lunghi, l’amministrazione finisce per seguire le loro proposte, senza ricondurle a un disegno complessivo e senza assicurare un ritorno adeguato in servizi, verde e spazi collettivi. Una pianificazione «al contrario», nella quale l’iniziativa immobiliare precede e orienta la scelta pubblica.

Le conseguenze si misurano nei quartieri. Ogni nuovo insediamento porta abitanti, spostamenti e domanda di servizi; per questo gli standard urbanistici hanno una funzione concreta: garantire che alla crescita edilizia corrispondano dotazioni per la collettività. Richiamando il caso dell’ex Cantiere, Barba ha contestato la mancata realizzazione di uno spazio verde pubblico che, secondo la sua ricostruzione, avrebbe dovuto accompagnare l’intervento residenziale. Il problema riguarda il rapporto tra quanto viene costruito e ciò che resta a disposizione della città.

Da qui la critica all’uso della rigenerazione urbana per giustificare aumenti di volume e di altezza. Barba ha denunciato una normativa regionale e una prassi amministrativa che, a suo giudizio, favoriscono demolizioni e ricostruzioni con carichi urbanistici crescenti, senza un’adeguata valutazione degli effetti sul contesto. Ha quindi richiamato la necessità dei piani attuativi: strumenti indispensabili per considerare insieme edifici, accessibilità, servizi e spazi pubblici, evitando che ogni operazione venga trattata come un episodio isolato.

Nel confronto è emersa anche la contraddizione tra la proliferazione di nuove residenze e la difficoltà di accesso alla casa. L’attività edilizia, da sola, non risponde ai bisogni abitativi delle famiglie. Allo stesso tempo, la riduzione delle superfici permeabili e del verde indebolisce la capacità della città di affrontare il caldo e gli effetti della crisi climatica.

La sottrazione dello spazio collettivo riguarda anche la mobilità quotidiana. Marciapiedi insufficienti, percorsi discontinui e superfici occupate dalle automobili limitano la possibilità di camminare in sicurezza. Nel suo secondo intervento, Barba ha indicato proprio nella riduzione dello spazio destinato alle auto private una possibilità immediata di recupero urbano, accanto ad acquisizioni pubbliche mirate e, dove necessario, demolizioni capaci di restituire respiro ai quartieri.

Particolare preoccupazione ha espresso per le Aree di Risulta e l’ex Cofa, grandi ambiti dai quali dipendono ancora possibilità di connessione e riequilibrio della città. Per le Aree di Risulta ha richiamato la visione storica del grande Parco Centrale, contrapponendola alle scelte della sede regionale e dei parcheggi in struttura: decisioni che, nella sua valutazione, rischiano di compromettere una risorsa urbana irripetibile.

La proposta conclusiva è quella di una «resistenza urbanistica»: cittadini organizzati, competenze tecniche e iniziativa politica per esaminare le trasformazioni, contestare quelle ritenute lesive dell’interesse collettivo e ricorrere, quando ne esistano i presupposti, alla giustizia amministrativa. Anche attraverso un fondo civico che renda sostenibili le spese legali.

Per Radici in Comune, questa proposta porta la discussione sul terreno della partecipazione concreta. Governare il futuro di Pescara significa rendere comprensibili e discutibili le scelte prima che diventino irreversibili, riconoscendo agli abitanti la possibilità di incidere sulla città nella quale vivono.